Gravina accende il caso nel mondo dello sport: il confine tra dilettanti e professionisti è ancora credibile?

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Le recenti dichiarazioni su sport dilettanti e professionisti dell’ormai ex-presidente della Federcalcio Gabriele Gravina dopo la sconfitta dell’Italia contro la Bosnia ed Erzegovina hanno scatenato una reazione senza precedenti nel mondo dello sport italiano.

“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici, facciamo rapporti su basi di equità. Gli altri sono sport di Stato, come quelli invernali: tolta Arianna Fontana, sono tutti dipendenti dello Stato”, ha dichiarato l’ex-Numero 1 della FIGC a caldo in conferenza stampa post-partita. Oggi, nel comunicato ufficiale delle sue dimissioni, Gravina si dice: “rammaricato per l’interpretazione delle sue parole sulla differenza tra sport dilettantistici e professionistici, che non volevano assolutamente essere offensive nei confronti di alcuna disciplina sportiva, bensì erano un riferimento alle differenti normative e regolamentazioni interne.”

Al netto del chiarimento, il punto che ha sollevato resta, e necessita una riflessione seria che va oltre le definizioni giuridiche, dietro le quali si nasconde una realtà ben più complessa.

Il professionismo per legge: cosa dice il D.L. 36/2021 sullo sport e perché non tutte le Federazioni hanno aderito

Il Decreto Legislativo n.36 del febbraio 2021 nasce con l’intenzione di aprire al professionismo gli sport delle Federazioni aderenti. La norma lascia libertà di scelta ad ogni Federazione di aprire un determinato settore al professionismo: ad esempio la FIGC, sulla scia del decreto, ha aderito per la Serie A femminile. Tuttavia, ciò accade a una determinata condizione: che tutte le società e associazioni appartenenti cambino la loro forma giuridica da dilettantistiche a società professionistiche. Non si tratta di un cambio puramente formale, ma sostanziale: la società sportiva professionistica ha fini di lucro, al contrario delle altre forme prima nominate, il che comporta da un lato la necessità di un capitale di partenza e dall’altro l’obiettivo di chiudere l’anno di esercizio con un utile.

La stragrande maggioranza delle società sportive italiane a eccezione del calcio, comprese tutte quelle della Ginnastica, opera in regime dilettantistico perché è difficile sostenere i costi citati. Tra i quali non vanno dimenticati gli stipendi ai futuri lavoratori-atleti subordinati e alle altre figure di contorno eventualmente previste.

Un po’ di numeri: la FIGC è la Federazione con più fondi dallo Stato, la Federginnastica è nona con meno di un terzo dei suoi fondi

Diamo un’occhiata alle cifre: nel 2025 la FIGC ha ottenuto circa 35 milioni di fondi ordinari da Sport e Salute, più di qualsiasi altra, seguita in seconda posizione dalla Federazione Italiana Pallavolo, le cui cifre si aggirano attorno ai 17 milioni.

La Federginnastica, reduce dai successi di Parigi 2024, aumenta i suoi introiti di circa 1 milione e mezzo rispetto al 2024, ed è al nono posto nella classifica con i suoi circa 10 milioni complessivi. Si tratta di meno di un terzo di quanto destinato al calcio.

Nella ginnastica, che disputa mondiali ed europei ogni anno per tutte le sue discipline e un’olimpiade ogni quattro, le società ginniche italiane non hanno le stesse possibilità di guadagno rispetto a quelle calcistiche per diversi motivi. Uno dei principali è che, oltre ai Campionati societari di Serie A (nei quali ricordiamo che solo da quest’anno è stata introdotta una vincita in denaro per Artistica e Ritmica), i club ginnici non partecipano a tornei equiparabili alla Champions League o all’Europa League con competitor internazionali. Il guadagno delle società ginniche e di quelli della maggioranza degli altri sport è organico e proviene dai tesserati e dal lavoro svolto tutti i giorni per formare gli atleti del futuro in palestra.

La ginnastica si può considerare uno sport dilettantistico solo perché giovane?

Il percorso agonistico nella ginnastica è tra i più precoci e impegnativi dello sport italiano. Le ginnaste diventano “senior” a 16 anni, i ginnasti a 18. La maggior parte delle medaglie della Ginnastica sono assegnate a campioni e campionesse giovanissimi, anche se l’età media è nettamente aumentata nel corso degli ultimi anni. In ogni caso, come ricorda lei stessa sui social, una campionessa del calibro di Vanessa Ferrari ha alle spalle 25 anni di allenamenti quotidiani per un totale approssimativo di 36mila ore. Sacrifici, sconfitte, vittorie si susseguono nella carriera di ogni singolo ginnasta, che a prescindere dai trofei vinti, dalle delusioni accumulate, dai sacrifici che spesso vengono stroncati da bruttissimi infortuni, mantengono sempre salda la fedeltà al proprio sport.

Ogni disciplina sportiva è diversa e segue le proprie casistiche, ma resta evidente una gigantesca contraddizione: atleti che vivono, si allenano e competono da professionisti non possono definirsi tali per un cavillo burocratico. E sentirlo ribadire dal Presidente della Federcalcio come giustificazione a una dura sconfitta che taglia fuori l’Italia del calcio dal suo terzo mondiale consecutivo è quello che fa più male. Non solo agli atleti, che sono giustamente insorti dopo le sue dichiarazioni, o agli appassionati, sminuisce lo spirito e i valori incarnati dallo sport. Poco conta che siano, poi, arrivate delle pallide scuse, le insinuazioni restano.

Il ruolo cruciale dei Corpi di Stato e dei Gruppi Sportivi Militari

In questo contesto si inserisce il ruolo dei Gruppi Sportivi Militari e dei Corpi dello Stato (GSMC), citati dallo stesso Gravina come “dipendenza statale”.

I GSMC rappresentano uno strumento di professionalizzazione indiretta per atleti e atlete di tutta Italia e rientrano con coerenza nello spirito del DL 36/2021: permettono agli atleti di vivere del proprio sport, di dedicarsi a tempo pieno alla propria disciplina con un’entrata economica.

È il caso, solo per citare i più recenti, dei bronzi olimpici della Ritmica Sofia Raffaeli e la ex Squadra Nazionale dell’Italia, della campionessa olimpica Alice D’Amato, di Manila Esposito, Elisa Iorio, Giorgia Villa e di tanti e tante altre solo nella ginnastica.

Che la retribuzione provenga dallo Stato o da una società privata, nella sostanza cosa cambia? Quegli atleti vivono di sport ed è questo, al di là delle etichette formali, che forse dovrebbe essere considerato professionismo.

E quindi, il confine tra dilettanti e professionisti è ancora credibile?

I numeri raggiunti solo agli ultimi Giochi Olimpici parlano chiaro: 40 medaglie a Parigi 2024, di cui 5 solo nella ginnastica, 30 nell’edizione invernale appena conclusa di Milano-Cortina.

Sarebbe poi lunga la lista dei successi Mondiali, Europei e nelle Coppe del Mondo dei “dilettanti sulla carta”, che la maglia azzurra la indossano non solo per tentare la qualifica ai maggiori eventi sportivi delle proprie discipline: loro quegli eventi li vincono. Al contrario, gli sport formalmente professionistici (calcio, ciclismo, pallacanestro, Golf, pugilato e motociclismo), contribuiscono allo stesso modo al medagliere del CONI?

Ridurre il dibattito a questa distinzione formale significa ignorare anni di lavoro e inequivocabili risultati. Significa non riconoscere che il professionismo, nello sport, non è solo una questione di contratti, ma di dedizione, continuità e rendimento ad altissimo livello.

E se fosse proprio il rendimento a fare da ago della bilancia, è più professionista un dilettante che vince o un professionista che, pur vantandosi di esserlo, continua a perdere?

Articolo scritto in collaborazione tra Giulia Silvestri e Mariacarmela Brunetti

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