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Raccontare i DCA sui social: Non siete soli, il progetto di Anna Basta

L'ex ginnasta ha creato una rubrica su Instagram con la collaborazione della nutrizionista Ilaria De Gioia.

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Anna Basta, bolognese classe 2001, è una ex ginnasta che dal 2016 al 2020 ha fatto parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica italiana.

A Novembre, lei e Nina Corradini, altra ex Farfalla, hanno rilasciato due interviste a Repubblica nelle quali raccontavano di aver subito abusi psicologici in relazione al proprio peso.

Su questo caso sta indagando la procura di Monza e, da poco, è arrivata la decisione della Procura Federala di deferire la ormai ex Direttrice Tecnica Nazionale Emanuela Maccarani.

Basta, dopo un iniziale periodo di silenzio legato alle ragioni del suo essere uscita dalla squadra nazionale, ha iniziato a condividere sui social la sua storia.

Ha raccontato di aver iniziato a soffrire di un disturbo alimentare, nato durante gli anni della nazionale, e da Settembre 2021 porta avanti un progetto legato alla conoscenza dei DCA sul suo profilo Instagram. Collabora con lei la nutrizionista Ilaria De Gioia.

Proprio in relazione a questo progetto, dal nome Non siete Soli, l’abbiamo sentita ai nostri microfoni.

Quando e come ti è venuta l’idea per il progetto Non Siete Soli?

L’idea del progetto mi è venuta quest’estate (2022, n.d.r.), dopo un annetto e mezzo che già sui social esprimevo il mio vissuto, proprio per l’esigenza di creare un qualcosa di “ordinato” e utile anche a livello un po’ più tecnico, per far conoscere in generale tutti gli aspetti dei DCA.

Com’è nata la collaborazione con la nutrizionista Ilaria De Gioia?

Ilaria l’ho conosciuta perchè ogni tanto mi scriveva su Instagram. Ho ritrovato il suo lavoro molto bello ed ho deciso di chiederle di creare il progetto.

Quali obiettivi ti sei posta con questo progetto?

L’obiettivo è come dicevo far conoscere ogni aspetto dei DCA e dare consigli per affrontarli, come individuarli e anche modi per aiutare le persone che stanno accanto a chi è affetto da queste patologie, anche loro in una situazione complicata e spesso confusa.

Chi ha una persona cara che ne soffre o ne ha sofferto, come può starle accanto?

Stare accanto a una persona con DCA è difficile perché, in primis, la persona fa sempre fatica a riconoscerlo a se stessa, a riconoscere di aver bisogno di un aiuto. La prima volta di solito si riscontra sempre una risposta negativa da parte di chi ne soffre, anche di allontanamento, ma è normale.

Quello che può fare una persona accanto a chi ne soffre è prestare sempre ascolto e stare sempre attenta, avvicinarsi delicatamente e con calma: bisogna rispettare i tempi e gli spazi altrui e rispettare anche la patologia della persona; far capire che ci si è sempre, ma al tempo stesso lasciare che sia la persona a cercare aiuto, portarla a chiedere aiuto senza imporsi.

Sicuramente ci sono professionisti, strutture, figure specializzate che aiutano sia chi soffre di DCA, sia chi è accanto a chi soffre ne soffre: ci sono molti sportelli di ascolto per famigliari, amici, persone vicine ed è una cosa molto importante da sfruttare e da ricordare: spesso ci si scorda che chi sta accanto a una persona che sta male, sta male a sua volta, perché è difficile sopportare, vedere una persona a te cara arrivare a un certo punto e soffrire.

È corretto parlare al passato o è necessario parlare sempre al presente per chi soffre di DCA? È un percorso continuo, ma si può dire di esserne uscitə?

Parlare di DCA è sempre una cosa presente.

Io adesso sono abbastanza serena, mangio ciò che voglio, in maniera sana perché ho imparato a mangiare bene però non mi faccio troppe storie se prendo una pizza in più o un dolce durante la settimana.

È vero però che certe volte la mia mente torna un po’ nel meccanismo di sentirsi in colpa, di pensare di aver mangiato troppo, di pensare di essere cicciona, di non vedersi bene allo specchio ed è una continua lotta contro me stessa per non ritornare in quella mentalità lì quindi secondo me è giusto dire che una persona ha superato un DCA ma è anche giusto dire che quello che si ha passato lo si porterà dietro per sempre.

È un dato di fatto, non sparirà mai del tutto, ci impari a convivere. Secondo me è giusto rispettare la presenza costante di ciò che è il disturbo alimentare, che si può tranquillamente combattere e imparare a conviverci.

Tornando al progetto: hai già raggiunto qualche risultato di quelli che ti sei data?

Ad oggi, ormai da due anni, riscontro tanti messaggi di supporto e anche di condivisione: molte persone mi dicono che grazie al mio esporsi hanno riconosciuto ciò che stavano vivendo ed hanno trovato il coraggio ed il modo per affrontarlo. Questa per me è la cosa più importante.

Sentire così tante storie di vita per me è molto costruttivo e mi apre ancora di più gli occhi.

Oggi sei allenatrice, quanto è importante la consapevolezza dei DCA nello sport?

Oggi da allenatrice sono convinta al cento per cento che conoscere i DCA sia importantissimo, ma non solo! Credo anche sia importante, per quanto doloroso, aver passato certe difficoltà psicologiche, perchè ancora di più adesso capisco le mie bimbe, entro subito in sintonia con loro e capisco abbastanza in fretta anche il modo in cui devo pormi con ognuna di loro.

In relazione a questo punto, sarebbe necessario formare allenatrici e allenatori per permettere loro di essere di supporto alle atlete?

Nei corsi di tecnico ci sono delle sezioni dove si va a spiegare in linea generale come dovrebbe essere l’alimentazione, quali disturbi vi sono legati, anche a livello psicologico, quali sono i giusti allenamenti per fasce d’età (proprio in questi giorni si è tenuto un incontro tra Federazione Ginnastica d’Italia e Istituto Auxologico per approfondire la tematica dei DAN, disturbi alimentari e della nutrizione, n.d.r).

Penso che dovrebbe essere fatto con un po’ più di attenzione, con qualche controllo in più per vedere se poi effettivamente si vanno ad applicare le cose che si studiano nei corsi perché forse si tralascia un po’, si pensa che sia la parte meno importante, si affronta con sufficienza.

Ovviamente questo dipende sempre dalla persona: ci sono persone che tengono a cuore quello che vedono e altre che lo ignorano, lo surclassano.

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Giulia Silvestri
Nata e cresciuta a Bologna, laureata in giurisprudenza, ho una passione viscerale per la ginnastica. Da quando avevo 11 anni, a fasi alterne tra vari problemi fisici, sono sempre tornata al mio amato tavolato.
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