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Ali spezzate, la conferenza di ChangeTheGame che ha creato dialogo tra le vittime di abusi

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La sala conferenze dell’Associazione della Stampa Estera nel pomeriggio di martedì 20 dicembre si è riempita di giornalisti e giornaliste, telecamere, spettatori e spettatrici per assistere alla conferenza stampa indetta dall’associazione ChangeTheGame.

“Ali spezzate” titola la locandina dell’evento, e proprio il modo in cui gli abusi hanno spezzato le ali di tante ginnaste è stato l’argomento su cui è ruotato l’intero incontro. Il filo conduttore l’ha abilmente intessuto la Presidentessa e Fondatrice di ChangeTheGame Daniela Simonetti alternando le testimonianze – anonime e non – di tante vittime a riflessioni e proposte interessanti e sagaci.

L’intero incontro è stato trasmesso in diretta Facebook ed è ancora disponibile al link raggiungibile cliccando qui.

Le testimonianze

La conferenza è iniziata con la testimonianza video di Alexa, giovanissima ex-ginnasta che ha raccontato il suo percorso in palestra dapprima spinto dalla passione, poi interrotto a causa dell’ossessione degli allenatori per il suo peso. Altra testimone importante è stata Anna Carla che non si mostra, ma fa dono della propria voce per raccontare la sua esperienza. «Vorrei che, per una volta, si scegliesse la via giusta e non quella facile», è il suo appello.

Carlotta Giovannini, ex-atleta della nazionale di Ginnastica Artistica che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino 2008, è intervenuta per raccontare di essere diventata allenatrice con lo scopo di vedere una nuova generazione di atlete uscire dalla palestra col sorriso. «Posso dire che ciò che ho passato sulla mia pelle per me è stato sbagliato. Penso che la cosa fondamentale nello sport sia in primis quello di far divertire chi lo pratica.»

Tra gli interventi più illuminanti rientra senz’alto quello di Irene Castelli – anche lei ex-atleta azzurra dell’Artistica, atleta olimpica a Sydney 2000 e attualmente allenatrice. Castelli racconta che per anni si è sentita a disagio a parlare della sua partecipazione ai Giochi Olimpici perché si era persuasa di non aver fatto una prestazione di cui andare fiera. Solo anni dopo ha realizzato che in quell’occasione è stata vittima di un abuso fisico. Costretta a sostituire all’ultimo minuto una compagna di squadra infortunata, lei è stata schierata al corpo libero, attrezzo nel quale, a causa di un risentimento alla schiena, non si allenava a pieno regime da mesi. Dagli accertamenti che sono seguiti dopo le Olimpiadi è emerso che il risentimento fosse in realtà uno schiacciamento di due vertebre della colonna. Un infortunio serio, che con buone probabilità le avrebbe impedito di partire se scoperto prima. «Per anni mi sono sentita io quella sbagliata, e ancora oggi non riesco a capire perché sono stata costretta a gareggiare in quelle condizioni. (…) Ammetto che anche io ho sbagliato in passato», aggiunge poi. «Quando conosci solo una determinata metodologia, sai che è sbagliata e cerchi di contrastarla, ma alla fine ricadi in quelle dinamiche. È per questo che ho iniziato un percorso con una psicologa dello sport, perché ho capito che stavo commettendo degli sbagli a mia volta nel ruolo di allenatrice. E l’appello che voglio fare a tutti gli istruttori è proprio questo: se ci si accorge di star sbagliando, c’è sempre la possibilità di correggersi.»

Una testimonianza che, invece, ha lasciato allibita la platea è stata quella di un istruttore che al momento ha scelto di non rivelare la propria identità. L’episodio, avvalorato da altre persone che hanno assistito e confermato la veridicità degli eventi descritti, racconta di come una ginnasta di Artistica sia stata costretta da un allenatore a salire sulla fune attaccata al soffitto 80 volte di seguito per punizione. «Ha pianto tutto il tempo e alla fine aveva mani e piedi spellati e sanguinanti

A tal riguardo, l’associazione chiarisce che sono arrivate anche tante testimonianze da parte di allenatori e allenatrici che hanno capito di essere ricaduti in dinamiche abusanti, o di esserne stati testimoni. Non molti si sono fatti avanti pubblicamente, ma il loro apporto è rilevante tanto quanto quello delle ginnaste stesse.

Altro punto di vista interessante è quello esposto da Paola Caioli, amministratrice del gruppo Facebook “Genitori di Ginnaste”. Questo gruppo è nato 5 anni fa ed è il primo sui social nel quale i genitori si possono confrontare su ciò che succede alle loro figlie in palestra. «Il genitore è considerato come un accidente, un qualcosa con cui purtroppo l’allenatore deve fare i conti per avere in mano la ginnasta. “Meno lo vedo e meglio sto”, questa è la logica di tantissime palestre». Caioli spiega che il genitore è quasi sempre disinformato o, perlomeno, non ha informazioni di prima mano su quello che succede durante gli allenamenti. «Grazie al gruppo c’è stato molto più dialogo con gli allenatori, e si sono anche smascherati tanti abusi

E LA LEGGE? – Una parentesi dedicata all’Avvocata penalista Patrizia Pancanti ha chiarito dei punti interessanti che riguardano l’aspetto legale delle denunce. Quando ci sono abusi fisici e psicologici di un allenatore ai danni della propria atleta, i reati sono quelli contro la persona. In particolare le procure che ci stanno lavorando hanno individuato questi due reati nel codice penale: maltrattamenti contro familiari e conviventi (che è un reato applicabile anche nei casi in cui il rapporto che lega le controparti è stretto, come quello tra allenatore e atleta) e atti persecutori. Questi reati possono manifestare come conseguenza nelle vittime ansia e paura per l’incolumità propria e delle persone che gli stanno intorno. In entrambi i casi, dunque, si andrebbe ad avviare un procedimento penale.

Le voci delle “Ali Spezzate”

A rappresentanza delle vittime sono state invitate a parlare tre ex-atlete simbolo della lotta agli abusi: Nina Corradini, Anna Basta e Adriana Crisci.

Conosciuta per essere stata la più longeva ginnasta italiana in attività, Adriana Crisci si è seduta al tavolo della conferenza per dare la sua personale testimonianza nella doppia veste di ex-atleta e allenatrice. Alla richiesta di raccontare cosa ricordasse della finale individuale alle Olimpiadi di Sydney 2000 lei risponde con la sua ironia tagliente e sincera: «Una caduta in entrata alla trave, che era il primo attrezzo, e una caduta in uscita alle parallele, che era l’ultimo attrezzo», scatenando nella sala una risata generale. Poi il suo racconto prosegue su note ben più serie: «Io ho due vite da atleta. Dai due anni e mezzo ai venti ho avuto la prima, con il coronamento del sogno olimpico. Poi ho smesso, ma dopo dieci anni di stop dall’attività sportiva sono tornata e ho iniziato la seconda vita da atleta, dai ventinove anni ai trentacinque. Nella prima vita ho vissuto sulla mia pelle gli abusi fisici e nella seconda quelli psicologici. Per assurdo, i secondi sono quelli che mi hanno fatto più male; forse perché ero adulta e non mi sono resa conto di ciò che stava accadendo. Sono anche un po’ arrabbiata con me stessa perché non sono stata capace di negarmi a questa persona, che io definisco manipolatrice. Io ho potuto assistere – sia sulla mia pelle che su quella di atlete minorenni – come opera chi manipola. Il primo passo è allontanare le atlete dalla propria famiglia, sia per far perdere credibilità all’atleta agli occhi dei familiari, sia per mantenere un controllo su entrambi. (…) Io credo che se una ragazza o una bambina che pratica sport diventa fragile è perché ha subito dei traumi che la rendono tale.»

A chiudere l’incontro, sono stati gli interventi di Nina Corradini e Anna Basta. «È successo tutto molto in fretta, tant’è che io non avevo detto a nessuno che avrei fatto questa denuncia. Una mia amica mi ha mandato un articolo di Repubblica nel quale si parlava di un’indagine sugli abusi psicologici del mondo dello sport. Allora io sono andata a cercare su internet la mail di Repubblica e ho scritto a grandi linee tutto quello che ho passato. A quel punto sono stata subito ricontattata e l’intervista è stata fissata per l’indomani, per cui è stato tutto velocissimo», ha detto Corradini. «Speravo che altre atlete si facessero avanti perché facendo ginnastica da tutta la vita ho visto e sentito cose non positive. Non pensavo che così tante trovassero il coraggio di parlare… Mi aspetto che venga fatta giustizia, soprattutto per tutte le bambine che vogliono iniziare a praticare questo bellissimo sport che è la Ginnastica Ritmica da adesso in poi. Si meritano di farla in modo più sano e sereno di come l’abbiamo fatto noi.»

«La nostra vita è cambiata non da quando abbiamo denunciato, ma da quando abbiamo deciso di smettere di fare Ginnastica», dice Anna Basta. «O, almeno, per me è stato così. Ho iniziato a 4 anni e ho smesso a 19, quindi ho praticato per tutta la mia vita Ginnastica Ritmica e quando ho smesso mi sono detta: “Ok, ma il mondo qual è in realtà”? Avendo costruito un ambiente solido attorno a me con l’aiuto anche di una psicologa, devo dire che le denunce non mi hanno scossa perché io ne parlo da ormai due anni sui social, quindi sono già abituata a espormi e so che tramite alcune mie testimonianze si era smosso qualcosa. Quando Nina ha smesso [di fare Ginnastica ndr.] ci siamo viste e ci siamo dette già un anno fa che dovevamo far qualcosa per migliorare le cose. Poi quando Nina mi ha scritto dicendo che aveva avuto questa opportunità non ho esitato un attimo a dire di sì. E, come Nina, nemmeno io mi aspettavo un movimento così grande. Da lì ho sentito che le nostre storie hanno davvero avuto un’importanza. In questi anni mi sono sentita sempre sola, inutile, usata… Invece ho scoperto di essere importante, di avere un valore. Questo non dobbiamo mai dimenticarcelo.»

Le proposte dell’associazione e l’apertura della Federazione

Nel corso dell’incontro la Presidentessa Daniela Simonetti ha portato all’attenzione della platea che nelle norme che regolano la giustizia federale di tante federazioni sportive italiane non viene dato uno spazio ben definito agli abusi. «Non essendoci un illecito collegato alle violenze, non si ha la certezza che queste saranno sanzionate, e non solo. Attualmente c’è una prescrizione di appena 4 anni. Se un’adolescente a 12 anni subisce un abuso non può denunciarlo se non attraverso i genitori perché è ancora minorenne. Se, però, crescendo cambiasse idea e decidesse di denunciare, non potrà più farlo perché il suo caso risulterebbe prescritto. Altro punto sul quale ci stiamo battendo molto è l’assenza di autonomia degli enti di giustizia sportiva. Possono esserci anche i migliori avvocati e i più bravi giudici, ma finché la Federazione ne resterà il datore di lavoro sarà sempre difficile per loro prendere posizione. Le persone che stanno attraversando questa bufera chiedono più di ogni altra cosa giustizia e al momento quella giustizia noi non siamo in grado di garantirla. Chiediamo in primo luogo di alzare la soglia della prescrizione a 8 anni, o meglio, a 8 stagioni sportive. E chiediamo che questi tipi di violenza vengano tipizzati, visto che sono endemici. (…) Vorremmo anche che ci fosse una commissione d’inchiesta perché bisogna arrivare dritto al cuore delle responsabilità. E cercheremo di creare un dialogo nel rispetto.»

L’obiettivo, ribadisce Daniela Simonetti, è tutelare i bambini e le bambine dello sport. Battersi in nome di un ideale di correttezza è qualcosa che si fa col tempo, con il coinvolgimento, con l’inclusione. Per questo è lei stessa ad annunciare che il 19 dicembre ChangeTheGame ha ricevuto una lettera di apertura da parte del Presidente della Federazione Ginnastica d’Italia, Gherardo Tecchi, nella quale si legge:

In riferimento alla sua richiesta di prevedere un incontro con l’organizzazione ChangeTheGame, sono a segnalarle che la dottoressa Simonetti ha dichiarato in una recente intervista di ritenere una reazione ipocrita quanto posto in atto dalla Federazione Ginnastica d’Italia a seguito delle denunce di diverse atlete. La citata affermazione è stata motivo di dispiacere per la Federazione tutta, per i suoi dirigenti ma anche per i dipendenti e per tutti coloro che stanno lavorando duramente con impegno e costanza in questo momento di criticità. Detto ciò e nello spirito di inclusione che ci anima io e la Federazione saremmo assai felici di collaborare con voi di ChangeTheGame e con tutti coloro che vogliono contribuire al benessere degli atleti e delle atlete. A tal fine mi sarà gradito mettere in agenda l’appuntamento richiesto dal prossimo gennaio 2023 per elaborare un progetto comune.

Alla lettera del presidente Tecchi, la Presidentessa Simonetti risponde: «Nonostante i toni, soprattutto i miei che sono sempre piuttosto secchi e diretti, c’è stata da parte sua una politica della mano tesa. Noi abbiamo lavorato a delle proposte e vogliamo costruire un dialogo nel rispetto. Poi mi spiace aver detto della sensazione di ipocrisia, ma è quello che penso e lo dirò anche davanti a lui, e mi auguro che mi smentisca.»

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Mariacarmela Brunetti
Nata e cresciuta nel magico Sannio, la mia seconda casa da anni è Roma, dove sto per conseguire una laurea in Ingegneria. Faccio parte di GINNASTICANDO.it dal 2015 e attualmente sono Vicedirettrice, oltre che Editorialista e Redattrice per la Ginnastica Artistica.
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